Dal capitolo II
A chi la vedesse ora con gli occhi degli anni 1940-50 la nostra campagna recherebbe stupore, tanto era spoglia di tutti quegli alberi che attualmente, durante i mesi estivi, ne rendono quasi indecifrabili i dolci rilievi. Certo, c’erano parecchie piantagioni di ciliegio, ma limitatamente alla dorsale Revigliasco-Trofarello, mentre erano scarse sul versante Testona-Moncalieri. Il paesaggio agrario era quasi totalmente caratterizzato da riquadri di vigne e campi di grano ordinatamente divisi da lunghe file di salici e di qualche residuo gelso, ridiventati indispensabili i primi per mille usi pratici, come la confezione di ceste, cestini, panieri e soprattutto lacci per le viti e le fascine; i secondi, ultimi ricordi di un tempo da poco passato, quando la cultura del gelso era fondamentale per l’allevamento dei bachi da seta. Sulle poche ripe, boschetti di gaggie. Lungo i rii, alcuni canneti. Ovunque si aggirasse lo sguardo, la campagna di Revigliasco appariva a giugno-luglio come una trapunta pezzata dal giallo-oro delle messi e dal verde deciso dei vigneti.
Celebre e visibilissima fu quindi, per anni, la "curva dei castagni", il tornante a U della strada vecchia di Moncalieri. Si trattava di solenni, splendidi ippocastani, individuabili da ogni dove, piantati dall’amministrazione comunale ma non certo dai Revigliaschesi. Erano alberi da giardino, non da reddito. La curva era già pericolosa, soprattutto per le biciclette, a causa della ghiaia traditrice; figurarsi se c’era bisogno, in autunno, della lubrica bava delle castagne d’india.
Altri tre piccoli ciuffi di alberi e arbusti spiccavano isolati nel paesaggio agricolo di allora, molto lontani dal paese ma utilissimi come punti di riferimento: il boschetto nei pressi di Cabianca, quello di Villa Margotti, e là dove ad ovest si chiude il panorama del nostro paese, accanto alla chiesetta di Rocciamelone.
Nient’altro. Ovviamente c’erano i prati, risorsa fondamentale per il bestiame, alcuni dei quali molto belli ed anche estesi, come quelli intorno alla grande Cascina La Lionarda; ma il pascolo si estendeva anche fra i ciliegi, alcuni scarni pioppeti e persino tra i filari delle vigne, molte dei quali ospitavano, in tempo di guerra, smilze culture di grano, di cavoli e di ortaggi. Niente di più prezioso della terra, in quegli anni. Erano però le vigne a contraddistinguere la realtà agricola tipica della collina revigliaschese.
Dal capitolo III
Revigliasco è un luogo speciale per molte ragioni. La più importante, però, è data dalla sua posizione geografica. Situata su di una sorta di poggio ben discosto dalla pianura, avendo di fronte – per chi guarda lo sconfinato panorama che si estende fino agli Appennini Liguri – una serie di dolci declivi, alla sua destra la morbida dorsale di Moncalieri e, alla sua sinistra, un unico paese dirimpettaio, Pecetto, Revigliasco è protetta, alle spalle, dal culmine più alto di tutta la Collina torinese, quasi a disdegnare la vista della metropoli, da cui però dista in linea d’aria uno spazio relativamente breve. Insomma, accanto ad un “lasciati guardare" rivolto dal nostro paese alla pianura, ecco un "ci sono e non ci sono" nei confronti di Torino ma anche di Moncalieri, invisibile da Revigliasco; un "ti tengo d’occhio" rivolto a Testona e Trofarello; un "fatti i fatti tuoi" nei riguardi di Pecetto, quasi fratello gemello ma eterozigote; e soprattutto un dialettale, schietto "lassme ‘stè" nei confronti della lontanissima Chieri, che per lungo tempo, anche se tempo remoto, condizionò Revigliasco con le sue pretese, le sue ingerenze e le sue "protezioni".
Dal cap. VI di Elisa Rossi Gribaudi
Annota ancora il Casalis alla voce Revigliasco: “Qua e là si vedono belle e comode case di campagna, che per la più parte sono possedute da agiati torinesi”. Caratteristica di Revigliasco è l’alto numero di “villeggiature” nate a corona di un paese rimasto piccolo e chiuso sino a cinquant’anni fa; ma la scelta del luogo fu quattrocento anni or sono simile a quella che spinge oggi molti a preferire Revigliasco come stabile domicilio per il buon clima, il riparo dai venti freddi del nord, la vicinanza di Moncalieri e Torino. L’opzione dei secoli passati era determinata anche dalla presenza dell’acqua e dalla bontà d’una terra favorevole alla coltura di granaglie, mandorli, olivi, zafferano e vite.
L’aggettivo “comode” usato dal Casalis per le case di villeggiatura va rapportato all’esistenza di un buon numero di locali, alla loro ampiezza e al loro decoro; “belle” è invece un aggettivo di significato elastico. L’ampia architettura classica o barocca, giocata sulle proporzioni e le simmetrie dei corpi di fabbrica, degli abbaini, delle portefinestre e dei balconi, era impedita alle ville revigliaschesi dal declivio collinare. Le nostre case di campagna si attennero insomma alla realtà della morfologia locale. Una quindicina di ville per un borgo così piccolo colpì evidentemente il Casalis, il quale ben raramente annota simile particolare tra l’infinità di città e paesi da lui descritti per Piemonte, Sardegna, Savoia, Liguria e Nizzardo. Grandi o piccole, sciolte o legate ad altri edifici, le ville di Revigliasco dovettero sorgere o risorgere su dimore medioevali e, comunque, sempre in arrampicata. Di qui i muraglioni che reggono gli antichi verzieri e, nei casi più importanti, i giardini scaglionati su vari ripiani con raccordi di romantiche scale. Quanti nel corso dei secoli i rifacimenti e le ristrutturazioni? Alcuni recano memoria di sé con date sopravvissute in incisioni murarie, ma scarsissime e eccezionali restano le documentazioni cartacee e le testimonianze tangibili, che svelino i segreti delle antiche vicende.
Dal cap. VII di Carlo Alberto Beria d'Argentine
Intanto varcavo la soglia successiva e facevo capolino nella "sala degli uccelli" dal brillante parquet alla veneziana. Tutti quegli enormi strani volatili dai variopinti colori che su fondo bianco ornavano pareti e soffitto, destavano in me grande interesse e confesso che tante volte, di nascosto da tutti, ero venuto ad osservarli, senza immaginare che quella sala fosse considerata il gioiello del Castello. Papà mi raggiungeva: "Non è uno spettacolo affascinante questo che abbiamo davanti agli occhi?", mormorava tra sé mentre con il capo rivolto verso l'alto ammirava il lampadario di Murano dalle mille gocce di cristallo e decine di candele rivolte al soffitto, minuziosamente e riccamente decorato. "Impiegherò una giornata intera per levargli la polvere!'' osservava dopo essersi concessa una pausa. "Bisogna vederla di notte, questa sala. E' tutta da gustare!". Lentamente, in punta di piedi, quasi non volesse mancarle di rispetto, percorreva l'intero giro della sala, soffermandosi davanti ad ognuno dei pannelli cinesi. "Un giorno o l'altro mi divertirò a riprodurre a pastello tutti gli uccelli, anzi, l'intero salone. Desidero che in famiglia ne rimanga il ricordo. Non si sa mai". Queste ultime parole le pronunciava sottovoce, quasi avesse un lontano presentimento.
Dal cap. IX
Il salone dell’Asilo di Via Bullio fu sede dei celebri "saggi dei bambini dell’Asilo", l’evento principale degli autunni revigliaschesi.
Misurava m. 7 x m. 17, con una capienza di un centinaio di persone. Costruito da don Girotto, disponeva di un palcoscenico con plancito di legno, sipario, quinte ed alcuni fondali. C’era anche la buca del suggeritore. In "platea", dietro ad alcune file di sedie impagliate, semplici panche. L’ospite d’onore, quasi sempre il parroco, aveva la sua poltrona di velluto rosso sistemata al centro della prima fila. Il "saggio" era una cosa terribilmente seria, non solo per i genitori dei bambini e per le Suore, ma per chi curava la preparazione dello spettacolo: musica, coreografie, scenette. Non si potevano né si volevano fare brutte figure. E una ragione c’era: l’ingresso era a pagamento, e l’incasso del "Saggio" (come pure quello della lotteria finale) rappresentava un importante cespite per l’istituzione. Le "prove" richiedevano quindi settimane. Mentre negli anni Trenta l’animatrice del saggio era, insieme a Suor Celerina, Camilla Cerutti, musicista di vaglia e delicata pianista, successivamente l’autore delle musiche e delle parole, il coreografo, l’aiuto-costumista, il regista e il pianista divenne il dott. Peppino Baricco, che dal sempre fittissimo grappolo di bimbi e bimbe sapeva cavare mirabilie.


